Condannati a respirare piombo e veleni

di Marina Forti ( da www.areaonline.ch )
Pubblicato il 01.03.18
Il gruppo Sider Alloys di Lugano ha acquisito lo stabilimento ex Alcoa di Portovesme, in Sardegna, il più importante impianto italiano per la produzione di alluminio primario. L’accordo è stato firmato il 15 febbraio presso il ministero per lo sviluppo economico (Mise), a Roma, e coinvolge Invitalia, l’agenzia italiana per gli investimenti. È stato annunciato un investimento di 135 milioni di euro per far ripartire la produzione: ma saranno in gran parte anticipati da Invitalia. I lavoratori della ex Alcoa, che da quasi quattro anni presidiano lo stabilimento per impedirne la chiusura, ora sperano di tornare al lavoro. Portovesme però è uno dei siti più inquinati d’Italia, in attesa di bonifica per rimediare a quarant’anni di scarichi industriali incontrollati. Tra le ragioni della salute ambientale e quelle del lavoro rischia di scoppiare un nuovo conflitto.
Solo trecento metri separano le ultime case di Portoscuso e i primi
impianti della zona industriale. La strada passa sotto un ponte di nastri
trasportatori, costeggia un deposito scoperto di minerali, supera la
centrale termica dell’Enel e prosegue per cinque o sei chilometri tra
giganteschi serbatoi, capannoni, un deposito di carbone a cielo aperto.
Portoscuso è un comune di cinquemila abitanti sulla costa della Sardegna
sud-occidentale, nella regione del Sulcis. La sua zona industriale,
chiamata Portovesme, è una delle più grandi dell’isola. Nata a fine anni
’60, è un insieme di impianti in cui si svolgeva l’intero ciclo di
produzione dell’alluminio, dalla polvere di bauxite fino ai prodotti
finali, oltre a una fabbrica di zinco, piombo e acido solforico. Quando
lavorava a pieno ritmo qui il panorama era dominato dal nero del carbone
scaricato nel porto e dal rosso della bauxite che volava dal nastro trasportatore,
dal viavai di camion, e da un impressionante bacino rossastro: 125 ettari
di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978
e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima. Oggi le
ciminiere continuano a dominare la costa. Anche il bacino dei fanghi
rossi resta là, ma le tracce di attività sono rare. I capannoni mostrano
la ruggine. Resta in funzione la centrale Enel a carbone: ma per giorni
non produce neppure un chilowattora perché non avrebbe a chi venderlo, tanto
più che la stessa Enel ha disseminato la zona di pale eoliche per il
fabbisogno locale. È attiva anche l’ex fabbrica di zinco e piombo, la
Portovesme Srl, ma lavora solo rottame e “fumi d’acciaieria”, cioè scarti
della lavorazione dell’acciaio da cui trae una (piccola) parte di metalli
e una parte consistente di reflui. Il ciclo dell’alluminio invece è fermo
dal 2012; solo pochi addetti accudiscono gli impianti nell’attesa di un
rilancio.
Le istituzioni regionali e il governo italiano promettono da anni di
rilanciare l’area di Portovesme: trovare un acquirente per la ex Alcoa è
stato il primo passo. Secondo il ministro dello sviluppo economico Carlo
Calenda, l’obiettivo è «rimettere il Sulcis in condizione di fare il
ciclo completo dell’alluminio». L’Italia oggi importa alluminio, ha
sottolineato il ministro; l’impianto acquisito da Sider Alloys potrà
produrre a regime 150mila tonnellate l’anno, circa il 15 per cento del
fabbisogno nazionale. Anche la vecchia Eurallumina, oggi di proprietà del
gruppo russo Rusal, promette di investire 200 milioni di euro per
riprendere le attività, con un piano che prevede però di ampliare il
famigerato bacino dei fanghi rossi e costruire un proprio impianto a
carbone per generare vapore. È questo il paradosso di Portovesme.
Rilanciare il polo industriale porterebbe lavoro in una zona depressa: il
Sulcis conta 38mila disoccupati su 130mila abitanti. Ma porterà anche
altro carbone e nuove discariche industriali in una zona ad “alto rischio
di crisi ambientale”.
Negli anni ‘80 i primi segnali
La crisi ambientale a Portoscuso scoppiò quando uno studio
dell’università di Cagliari rivelò che gli scolari della prima media
avevano quantità allarmanti di piombo nel sangue. Era il 1988: «Ci
parlarono di “danno biologico accertato”», ricorda Angelo Cremone, allora
operaio specializzato alla Alsar (poi divenuta Alcoa) e padre di uno di
quei bambini. La zona industriale a quel tempo occupava oltre diecimila
persone, era il primo datore di lavoro nel Sulcis. Ma scoprire che le
fabbriche stavano avvelenando i propri figli fu uno shock. «Capimmo che
ci nascondevano i fatti» spiega Cremone.
È nato allora un comitato di cittadini. Furono anni di proteste, denunce,
ordinanze comunali. Cittadini e lavoratori erano egualmente coinvolti: un
caso raro nell’Italia di allora, dove si moltiplicavano i conflitti tra
il nascente movimento ambientalista e le organizzazioni dei lavoratori.
«Gli abitanti di Portoscuso cominciarono a capire cosa volesse dire
un’area industriale così vicina alle case», ricorda il dottor Ignazio
Atzori, allora ufficiale sanitario e assessore all’ambiente.
Oggi Atzori è vicesindaco di Portoscuso e ha di nuovo la delega
all’ambiente (nei primi anni Duemila è stato anche sindaco); lo incontro
negli studi dell’Azienda sanitaria locale. Spiega che in quei lontani
anni ’80 erano già comparsi segnali di allarme, nel vino e nei formaggi
locali erano stati trovati piombo e fluoro: «Allora però se ne parlava
più che altro in termini di risarcimenti».
Oggi sembra una follia mettere discariche in riva al mare e depositi di
carbone accanto alle case. «Ma allora queste considerazioni non si
facevano», osserva Atzori. «Le miniere dell’Iglesiente avevano appena
chiuso, la zona era segnata dalla crisi. Su tutto prevaleva la necessità
del lavoro, ai giovani non restava che emigrare. Così, nei primi anni ’70
tutti accolsero con grande favore la decisione di ubicare qui una nuova
zona industriale».
Nel 1993 il governo dichiarò Portoscuso zona “ad alto rischio di crisi
ambientale”. Arrivò il primo piano di disinquinamento, finanziato con 200
miliardi di lire. Più tardi (nel 2001) il ministero dell’ambiente incluse
Portoscuso-Portovesme nel più ampio “Sito di interesse nazionale” del
Sulcis-Iglesiente-Guspinese, con più di 200mila abitanti in 29 comuni,
una superficie di 620 km2 a terra e 900 km2 di mare, e una gran quantità
di vecchie miniere, fabbriche e discariche.
Alimenti contaminati
Da allora l’aria a Portoscuso è migliorata: crollata la produzione
industriale, sono venute meno anche le emissioni. La bonifica però non è
mai stata completata. Nei terreni e nelle falde idriche un inquinamento
profondo continua a contaminare la catena alimentare, con grave danno per
gli abitanti (vedi riquadro a pagina 8). A Portoscuso non si può consumare
il latte delle pecore e capre che brucano nei dintorni, né mangiarne la
carne, né raccogliere mitili e crostacei o vendere frutta e verdura: la
Asl locale raccomanda soprattutto di non farli mangiare ai bambini. Nelle
polveri sottili ci sono piombo e cadmio. Il terreno è impregnato di
metalli pesanti. La falda sotto Portovesme è un concentrato di veleni,
secondo l’ultima relazione dell’Agenzia regionale per l’ambiente diffusa
nel giugno 2017: i campioni prelevati nell’area industriale rivelano
arsenico, cadmio, fluoro, piombo, mercurio, tallio, zinco e idrocarburi
policiclici aromatici, tutto in quantità centinaia di migliaia di volte
oltre i limiti. Sostanze tossiche, neurotossiche, cancerogene.
«Il problema è che i soldi stanziati negli anni ’90 sono quasi finiti, ma
gli interventi di bonifica non sono affatto conclusi», spiega Atzori.
Parla delle strade rurali e urbane che nei primi anni Settanta erano
state pavimentate con scorie di piombo e zinco della Samim (Eni): «Stiamo
ripulendo perfino la strada davanti alla scuola materna».
Quanto all’area industriale, la Regione Sardegna afferma che sono in
corso interventi di messa in sicurezza e bonifica per oltre 230 milioni
di euro tra investimenti e costi operativi, a carico delle aziende in
base al principio chi inquina paga. Alla fine del 2017, dopo anni di
gestazione, è stato approvato un progetto di “barriera idraulica” per
mettere in sicurezza la falda idrica sotto a Portovesme: si tratta di
pompare l’acqua prima che raggiunga il mare, trasferirla a impianti per
depurarla, poi riutilizzarla nei processi produttivi o rimetterla nelle
falde. È un’opera “consortile”, cioè coinvolge le diverse aziende che vi
hanno impegnato 54 milioni di euro. Ma poi bisognerà fermare le fonti
della contaminazione.
«Abbiamo assistito a un’incredibile serie di silenzi e omissioni», dice
Angelo Cremone, che oggi rappresenta l’associazione Sardegna Pulita.
Licenziato dall’Alcoa, ha continuato a dare battaglia contro
l’inquinamento come consigliere comunale e ora come attivista. È tra le
parti civili nel procedimento in cui la direzione aziendale
dell’Eurallumina è imputata per “disastro ambientale”: ma il processo
cominciato nel 2015 si trascina; il 16 febbraio l’avvio delle udienze è
di nuovo slittato. «L’inquinamento è noto da molto tempo», insiste
Cremone, «e anche l’impatto sulla nostra salute: ma chi doveva
intervenire non lo ha fatto».